QUANDO A VARESE C'ERA IL VINO
Di
Sergio Redaelli
Macchione Editore
Pagine: 164
Anno: 1999
Collana:
I naïf
Prezzo: Non più disponibile, prevista ristampa aggiornata
Ci racconta l'autore Sergio Redaelli, 55
anni, giornalista caporedattore a Milano in
un gruppo editoriale che si occupa di
enogastronomia e altro: "Forse proprio per
questo fui incuriosito dal fatto che tutta
l'Italia fosse un grande vigneto tranne,
curiosamente, Varese. Così incominciai a
scartabellare negli archivi e, la domenica,
a fare interviste agli "ultimi viticoltori"
rimasti.
Ne venne fuori materiale interessante per un
libro.
"Quando a Varese c'era il vino" uscì nel
1999, andò rapidamente esaurito e oggi lo si
trova solo nelle biblioteche pubbliche (so
di sicuro a Varese, Laveno, Cunardo,
Saltrio, Angera, Induno Olona ecc.).
Tra poco usciremo con una ristampa
aggiornata, che aggiunge alla parte storica
(il "vecchio" libro contiene documenti
inediti della viticoltura varesina da
Ludovico Il Moro a San Carlo, da Carlo Porta
alla cantina sociale di Travedona Monate, ma
anche interviste a contadini, agronomi ed
enologi sul presente e il futuro...),
aggiunge, dicevo, tutto ciò che è accaduto
dal '99 ad oggi e che ho personalmente
descritto con
decine di articoli sulla Prealpina, cui
collaboro.
L'iter della Igt è partito proprio dalla
pubblicazione di quel libro: mi chiamò
infatti il direttore della Coldiretti,
Ignazio Bonacina, dicendo che gli sarebbe
piaciuto rilanciare il vino di Varese di cui
si era persa quasi la memoria. Insieme
decidemmo di coinvolgere, innanzitutto,
l'Università Statale di Milano per le
analisi pedoclimatiche, le
microvinificazioni ecc.
In poco tempo, grazie alla buona volontà
anche di altre persone ed enti (Camera di
commercio, amministrazione provinciale
ecc.), fu avviato il progetto e l'anno
scorso partì per Roma il dossier con la
richiesta di Igt (cui ho contribuito per la
parte storica).
Nel 2002 ho pubblicato un secondo libro,
"Varese golosa, storia e personaggi" (sempre
con Macchione Editore) in cui allargavo lo
sguardo a
tutti i prodotti tipici varesini dal miele
agli asparagi di Cantello, dalle pesche di
Monate alle patate di Uboldo, dai formaggi
del Luinese alle verdure di Casbeno ecc.
In questo secondo libro ho ricostruito le
sorprendenti tradizIoni alimentari
e gastronomiche del Varesotto e raccontato
personaggi e protagonisti (il cuoco dei papi
del '500 Bartolomeo Scappi, la cucina dei
Borromeo ad Angera nel '400 e alla corte
Estense di Varese nel '700, le ricette
liberty del Grand Hotel Campo dei Fiori
all'inizio del '900, usi e costumi
gastronomici a villa Porta Bozzolo, a villa
Cicogna, a palazzo Branda a Castiglione
Olona ecc). "
Scrive
WINENEWS
su "Quando a Varese c'era il Vino":
"C'era una volta una terra da vino chiamata
Varesotto. Una terra fertile e verde,
coltivata a filari ordinati in cui si
venerava il dio Bacco. L'uva aveva nomi
curiosi come Vespolina e Ughetta, Corbera,
Pignolo, Moretto, Schiava e Chiavennasca
bianca.
Le aziende intrecciavano affari, si
costituivano cooperative per favorire le
vendite, le banche agricole alimentavano il
credito.
Nei giorni della vendemmia le corti
si riempivano di gente e di carri, nelle
cantine si dava mano al torchio e dai tini
profumati di mosto zampillavano vini gustosi
e saporiti".
Inizia così il libro "Quando a Varese c’era
il vino" (che sfata un radicato luogo
comune, e cioè che la provincia di Varese,
in tema di vino, sia sempre stata "la
Cenerentola d’Italia".
La realtà è invece diversa: nel '500 la sola
Busto Arsizio, oggi centro industriale,
contava 4000 pertiche di terreno coltivato a
vite e degli ottimi vini prealpini parlava,
più o meno negli stessi anni, lo storico
Paolo Morigia (considerato l’erede del
cronista meneghino Bonvesin della Riva).
Nel
‘600 la vitivinicoltura rappresentava i 4/5
della produzione agricola del Varesotto e
l’80% del reddito ed i carri carichi di uve
varesine prendevano la strada dei mercati di
Milano e della Svizzera.
Ancora: nel '700, il conteggio dei filari di
vite rappresentava gran parte del lavoro dei
funzionari del catasto teresiano e
nell'Ottocento, Carlo Porta declamava in
dialetto la bontà dei vini di Tradate e
Varese.
Persino il cardinale Carlo Borromeo
degustava volentieri il vino delle Prealpi:
se lo faceva mandare addirittura a Roma, in
botte, dal Castello di Frascarolo, mentre il
grande scrittore Alessandro Manzoni lo
gustava in casa dell’amico prelato Luigi
Tosi, a Busto Arsizio.
Oggi molto è cambiato. La produzione d'uva
da vino, nella provincia prealpina, ma un
rilancio è possibile: il vicinissimo Canton
Ticino, con analoghe condizioni
pedoclimatiche, ha sviluppato, in questi
ultimi decenni, la produzione di Merlot.
"Il rilancio dei vini varesini è una
prospettiva non facile, dati i vincioli al
reimpianto dei vigneti imposti dall'Unione
Europea – osserva nella prefazione del libro
di Redaelli il giornalista enologo Alberto
Zaccone – ma non impossibile"
Per
informazioni:
Macchione Editore
www.macchione.it
Sergio Redaelli
redser@libero.it