IL 60% DEL VIGNETO ITALIA E’ COSTITUITO DA VITIGNI DI ANTICA COLTIVAZIONE.
Dal
Trentino al Piemonte, dall’Umbria alla Toscana, dalla Campania alla
Sicilia, i vignaioli italiani piantano barbatelle rigorosamente
autoctone: il dato non lascia dubbi: su un totale di 105 milioni di
barbatelle prodotte dai vivai italiani, il 60% è costituito da
quelle innestate con vitigni di antica coltivazione.
Nella top ten
dei vitigni di antica coltivazione, il dominatore incontrastato è il
Sangiovese, con 12.300.000 barbatelle vendute, al secondo posto il
Montepulciano d’Abruzzo, con 4.700.000, e al terzo la Barbera, con
4.600.000 di “pezzi”; seguono il Prosecco (2.900.000), il Nero
d’Avola (2.500.000), il Primitivo (2.400.000), l’Aglianico
(2.100.000), la Corvina (1.900.000), il Dolcetto (1.400.000) e il
Vermentino (1.300.000).
Il Sangiovese è anche il vitigno di gran lunga più diffuso in
Italia, ricoprendo il 15% delle superfici vitate, seguito dal
Cataratto siciliano, dal Trebbiano Toscano, dal Montepulciano
d'Abruzzo e dalla Barbera. A caratterizzare il vero e proprio boom
di questi ultimi anni sono stati i vitigni di antica coltivazione
come il Sagrantino di Montefalco, il Pignolo del Friuli, il Greco di
Tufo, il Fiano e la Falanghina.
Ma questa “rincorsa” all’autoctono - come dimostrano i dati dei
Vivai Cooperativi Rauscedo (vero e proprio “colosso” del settore con
una produzione, nel 2004, di 63 milioni di barbatelle, che
alimentano oltre il 50% del mercato italiano) - ha visto anche
l’ascesa di vitigni fino a ieri quasi sconosciuti, come Pecorino e
Passerina. Altre varietà, invece, come il Bombino bianco, la
Malvasia o il Trebbiano, sono in netta flessione.
Nuove e sempre più avanzate pratiche enologiche e agronomiche
valorizzeranno sempre di più il grande potenziale dei vitigni di
antica coltivazione, contribuendo ad una sempre maggiore diffusione
di vini varietali in purezza. Questo vale in particolare per le
grandi varietà ormai in via di affermazione o emergenti, come il
Sagrantino o il Fiano. Ciò non toglie, però, che molti dei vitigni
autoctoni possano contribuire, in abbinamento con altri, a creare
grandi “blend”.
La parola all’esperto - Professor Leonardo Valenti
(Università di Milano): “non solo oggetto di ricerca accademica, ma
anche di valenza economica”
Sono unici ed hanno spesso nomi improbabili: Erbaluce, Pisciarello,
Catarratto, Gaglioppo ... I vitigni italici di antica coltivazione
(o autoctoni) conosciuti e catalogati sono 350, ma secondo le stime
ne esisterebbero oltre 1.000 (il dato, però, è da prendere con le
molle, perché può comprendere i casi di omonimia o sinonimia) e
costituiscono uno straordinario patrimonio ampelografico di grande
ricchezza genetica, che impone di essere conservato e conosciuto al
meglio.
Ma i cosiddetti vitigni autoctoni non rappresentano soltanto
un enorme bacino ampelologico di biodiversità da studiare e
proteggere, ma sono anche il principale elemento di distinzione
della nostra viticoltura ed enologia. Un vero e proprio vantaggio
competitivo, che tutto il mondo ci invidia, specie in un momento in
cui il mercato mostra i primi, ma evidenti, segni di stanchezza
rispetto ad una omologazione organolettica dei vini, diventata quasi
imbarazzante.
Detto
questo, però, possiamo ritenere che i vitigni di antica coltivazione
siano tutti destinati a diventare i nuovi protagonisti del mercato,
garantendo valore aggiunto ai loro produttori e ad interi territori?
Lo “stato di salute” attuale dei vitigni di antica coltivazione vede
uno “zoccolo duro” di circa 10/20 vitigni, ai quali alcuni
celeberrimi territori devono il loro successo, proprio per il fatto
di essere terre di grandi autoctoni. Sono, ormai, completamente
affermati, tanto da interessare anche le viticolture del Nuovo
Mondo, e producono vini in grado di sfidare con successo la
concorrenza internazionale: Sangiovese, Sagrantino, Nebbiolo,
Barbera, Montepulciano d’Abruzzo, Aglianico, Nero d’Avola, solo per
fare qualche nome. Poi ne esistono tra i 100 e i 200 che hanno
ottime potenzialità, ma non ancora la forza di imporre un’identità
propria.
Fra quelli più in crescita possiamo ricordare, il Vermentino, il
Verdicchio o il Fiano, vero e proprio “Viogner italiano”, ma anche
la Falanghina e il Greco. Leggermente al di sotto, troviamo vitigni
di antica coltivazione impiegati come complementari, anche se in
alcuni casi sono dei veri e propri "gregari di lusso": Colorino e
Canaiolo, sono forse gli esempi più noti, ma si pensi anche al
Perricone o al Nerello Mascarese. Infine, i vitigni "reliquia": da
una parte quelli di recente recupero e di cui sappiamo poco perfino
sulle loro prospettive di coltivazione, e dall'altra quelli con una
diffusione estremamente localizzata, come ad esempio il Pignolo o il
Timorasso, e che rappresentano spesso soltanto delle "curiosità"
aziendali dall'esiguo numero di bottiglie.
Se così stanno le cose, un imprenditore vitivinicolo può davvero
puntare tutto su un vitigno autoctono senza correre dei rischi?
Certamente sì. Ma a patto di dover mettere a bilancio, oltre ad una
cospicua somma da investire nella sperimentazione di tecniche di
coltivazione e di vinificazione ad hoc, anche risorse finanziare
adeguate ad un vero e proprio studio di filiera e a campagne
promozionali in grado di sostenere quei vini sul mercato. Non basta,
dunque, dire sì indistintamente agli autoctoni, ma va verificato se
questa scelta può incontrare un consumatore.
Oggi, la scelta di promuovere vini autoctoni va spiegata comunicando
sempre di più il valore aggiunto che una bottiglia di vino porta con
sé in termini di territorio, cultura del luogo, storia.
I vini
autoctoni non devono essere solo tutelati, ma devono seguire
politiche di marketing che favoriscano un nuovo rapporto con questo
consumatore per vincere le sfide del mercato con i vini
internazionali.
Ma chi sale e chi scende nel “borsino”
degli “autoctoni?
Salgono le quotazioni di Aglianico, Barbera, Primitivo, Nero
d’Avola, Vermentino e Prosecco; in crescita, sostenuta, anche la
domanda di Sagrantino, Fiano, Greco e Refosco; stabile Sangiovese e
Montepulciano d’Abruzzo; trend in flessione, invece, per Corvina e
Dolcetto: questo il borsino dei “vitigni di antica coltivazione”.
Sul fronte, invece, dei vitigni cosiddetti “internazionali”, guida
stabilmente la classifica lo Chardonnay, seguito da Syrah, Merlot e
Cabernet (Sauvignon e Franc).
Ma la tendenza vede crescere
soprattutto la domanda di Sauvignon e Chardonnay; in diminuzione, le
richieste sia di Merlot che Cabernet. Pinot Grigio in forte
flessione; stabile il Syrah.
Articolo tratto da WINENEWS