VINO CINESE, ROSSO E LOW COST

Il "fenomeno Cina" è ormai argomento di grande attualità. I cinesi ci fanno le scarpe, i cinesi ci fanno le maglie, i pantaloni, ci forniscono i pelati e anche i formaggi. Ma ora ci dobbiamo preparare ad un'altra guerra, su un terreno dove da sempre l'Italia è maestra: la produzione del vino.
Proprio così, il Dragone si sta preparando ad invadere il Belpaese con il rosso made in china e con un'arma di grande effetto su cui puntare: i prezzi superstracciati.

E' solo questione di tempo, gli esperti parlano di un anno, forse due, e poi sarà battaglia, dura battaglia. Già oggi, con oltre 3 milioni di ettolitri di vino, il Paese della Grande Muraglia si pone al terzo posto nella classifica dei maggiori produttori extraeuropei in volume, dopo California e Argentina e davanti ad affermate realtà come quella australiana e sudafricana.
La parte a maggiore vocazione è quella orientale, caratterizzata da aree produttive frammentate e di dimensioni decisamente ridotte.

La qualità non è ancora eccellente, ma i cinesi si stanno dando da fare. Per migliorarsi hanno ingaggiato numerosi tecnici italiani e californiani, esperti chiamati direttamente dal governo per colmare alcune lacune produttive.

Le quantità prodotte sono destinate ad aumentare in maniera esponenziale: già oggi, con 3,5 milioni di ettolitri di vino, il Paese della Grande Muraglia si pone in buona posizione nella classifica dei maggiori produttori extraeuropei in volume.
“Qualche anno fa - commenta Gian Primo Quagliano, direttore dell’Osservatorio del Salone del Vino - quando parlavamo di un eventuale pericolo cinese per il mercato dell’auto tutti si mettevano a ridere, oggi in molti hanno dovuto ricredersi. Ma c’è anche un rovescio della medaglia: la Cina è un mercato interessante per il vino italiano, tanto che le nostre esportazioni sono cresciute del 69% nel primo semestre 2005 (dati Istat), perché esiste una fascia della popolazione interessata a comprare vino italiano, che vanta una forte tradizione ben conosciuta anche nel Celeste impero.

L’aspetto, in prospettiva, che ci deve più preoccupare è che in futuro potremmo trovare la Cina come concorrente sui mercati internazionali. Attualmente la produzione cinese è di circa 3,5 milioni di ettolitri (quasi quanto il prodotto della regione Marche, ndr).
La qualità è ancora rozza, ma i cinesi hanno una grande capacità non solo di imitare, ma anche di innovare, e presto li troveremo sui nostri mercati esteri.
Nel nostro Paese per il vino cinese non c’è spazio, perché il 98% degli italiani predilige e acquista vino italiano. Sul fronte estero il nostro vino è di qualità e questo fa pensare che il momento in cui ci troveremo a competere con la Cina è abbastanza lontano, ma certo arriverà. Anche perché la competizione non si giocherà solo sul prodotto imbottigliato, ma anche sul versante del vino sfuso”.

Per abbattere i costi, probabilmente gli asitici punteranno sul tetrabrik. E gli italiani di reddito e cultura enologica modesta, negli ultimi anni, hanno dimostrato di saper apprezzare sempre di più questo tipo di contenitori.
Gli abitanti del Belpaese, infatti, hanno dimostrato di privilegiare la fascia di costo compresa tra i 0,75 euro e i tre euro al litro. In pratica per non rinunciare al bicchiere di rosso a tavola il pubblico di fascia economica sta riversandosi sempre di più sui prodotti di fascia bassa. Ed è a questo tipo di clientela che ora puntano i cinesi.
Tavernello, Castellino e Ronco, i tre marchi che ad oggi si contentono il mercato, si preparino alla battaglia.

Articolo tratto da WINENEWS