TRADIZIONE E MODERNITA' NEI VIGNETI PIEMONTESI
Il Piemonte è una regione che nel mondo è
sinonimo stesso di vino di qualità. Un mare di vigne che si estende
su 54.000 ettari, per una produzione media annuale che sfiora i 3,5
milioni di quintali di ottima uva da vino. Circa 3.000.000 di
ettolitri, ovvero l’80% dei vini prodotti nella regione, è a Doc e
Docg. Questo dato, un vero e proprio record in ambito non solo
nazionale, conferma una volta di più l’assoluta eccellenza della
vitivinicoltura piemontese. Il panorama enologico regionale è
infatti uno dei più celebri e completi del mondo e annovera ben 8
Docg: Asti, Barolo, Barbaresco, Brachetto d’Acqui, Gattinara, Gavi,
Ghemme, Moscato d’Asti.
Accanto a questi fuoriclasse spiccano ben 46 denominazioni di
origine controllata, produzioni grandi e piccole che danno la misura
della vastità e della specificità del vigneto piemontese, dislocato
per il 94% in collina. Le aree a maggior vocazione sono le Langhe,
il Roero, il Monferrato Astigiano e Alessandrino, le colline di
Torino, del Canavese e del Vercellese.
Proviamo a tracciare un ideale percorso
nell’enologia piemontese partendo dai vitigni tipici ed elencando
quelli di maggior diffusione. Il posto d’onore, se non altro in
termini di quantità prodotte e di immagine,
spetta alle uve rosse e in particolare alla Barbera. Circa la metà
del vino piemontese, sia in purezza o in uvaggio, deriva infatti da
questa varietà autoctona del Monferrato: ciò in virtù della sua
produttività e della sua versatilità, in quanto si presta anche a
vinificazioni in bianco, rosé, spumanti e dolci. Questo vitigno dà
in genere un vino rosso rubino carico, dai profumi intensi, vinosi e
fruttati. Nelle zone di più antica vocazione si ottiene un
vino molto ricco di corpo e di struttura, adatto anche
all’invecchiamento. La sua migliore espressione è nell’ambito delle
classiche Doc, in primis la Barbera d’Alba e poi quella di Asti, dei
Colli Tortonesi, del Monferrato,
Rubino di Cantavenna, Gabiano, Piemonte Barbera e Colline Novaresi.
Parliamo ora del Nebbiolo, come dire dell’antica aristocrazia
enologica italiana. Da quest’uva derivano vini tra i più grandi
d’Italia, anzi del mondo, di straordinaria ricchezza e longevità
come il Barolo e il Barbaresco. Le varietà piemontesi più diffuse
sono “lampia” e “michet” in Langa, e “spanna” nel Vercellese e nel
Novarese. La zona d’elezione del Nebbiolo si concentra nelle vallate
dell’Albese e nella Langa, in un perfetto matrimonio
tra queste terre e un’uva che coltivata altrove si esprime in
prodotti di minore caratura. Oltre ai già citati Barolo e
Barbaresco, i vini Doc ottenuti in purezza sono il Roero, il
Gattinara Docg, il Ghemme Docg, il Colline Novaresi Spanna, il
Carema, il Nebbiolo d’Alba, il Langhe Nebbiolo, il Boca, il
Bramaterra, il Lessona; in molti altri rossi regionali la varietà
entra a far parte dell’uvaggio.
Passiamo quindi al Dolcetto, che è dolce in
realtà solo di nome. Tradizionale varietà originaria del Piemonte,
dove è diffusissima, quest’uva è abbastanza resistente alle malattie
e si conferma di qualità costante anno dopo anno. Si vendemmia
piuttosto precocemente, tanto che il Dolcetto è il primo vino
dell’annata ad essere pronto, ma all’occorrenza si dimostra capace
d’invecchiare bene per più di qualche anno. Il Dolcetto è a Doc nei
comuni di Acqui, Asti, Alba, Diano d’Alba, Dogliani, Ovada;
completano il panorama il Dolcetto delle Langhe Monregalesi, il
Langhe Dolcetto e il Monferrato Dolcetto.
Fra le uve rosse piemontesi troviamo poi la Freisa, da cui derivano
rossi leggeri e talvolta frizzanti, poco adatti all’invecchiamento.
Fra le Doc che la riguardano ricordiamo la Freisa d’Asti e la Freisa
di Chieri, la Langhe Freisa e la Monferrato Freisa.
L’Acquese è culla del Brachetto che dà vita all’omonimo rosso
frizzante Docg, un prodotto che negli ultimi anni ha conosciuto un
vero e proprio boom grazie al sapore fresco e fruttato che ha
incontrato il favore del pubblico giovanile.
Un’altra varietà a bacca rossa, tipica della zona che va dal
Monferrato fino ai Colli Piacentini e ai Colli di Parma, è la
Bonarda. Da sola o in uvaggio, è alla base di vini dal colore
violaceo, di buona struttura e dalle discrete capacità di
invecchiamento. La Bonarda coltivata in Piemonte è a Doc nell’ambito
delle denominazioni Collina Torinese, Colline Novaresi, Coste della
Sesia, Piemonte e Pinerolese.
Siamo arrivati al Grignolino, un vitigno particolarissimo in quanto
ricco di tannino e povero di sostanze coloranti. È presente quasi
esclusivamente nel Monferrato e nella zona di Asti, aree dalle quali
provengono gli omonimi vini a Doc: d’Asti, del Monferrato Casalese e
Piemonte Grignolino.
Sulle colline del Basso Monferrato si coltiva invece l’antica
varietà Malvasia Rossa, che dà origine a due frizzanti Doc, la
Malvasia di Casorzo e la Malvasia di Castelnuovo Don Bosco, entrambi
piacevolmente dolci, fruttati e armonici. Altra uva a bacca nera
diffusa nell’Astigiano è il Ruché di Castagnole Monferrato, da cui
deriva l’omonimo vino a Doc che è un ideale rosso tranquillo da
tutto pasto. Chiudiamo questa rapida carrellata sui rossi del
Piemonte con una di quelle “piccole Doc” che rendono ancora più
prezioso il patrimonio enologico regionale: parliamo del Verduno
Pelaverga, un rosso intenso e fruttato che deriva dalle uve
Pelaverga Piccolo, esclusive delle colline del Cuneese.

E siamo così arrivati ai principali vitigni a
bacca bianca. Iniziamo con l’Arneis, un’uva autoctona che fino a non
molti anni fa era addirittura in pericolo di estinzione e oggi
invece viene coltivata con sempre maggiore riscontro in diverse zone
della regione. L’area di produzione storica è il Roero, dove viene
anche definita “Barolo bianco” per l’uso di accompagnarla al
Nebbiolo, al fine di ammorbidire le asperità dei rossi. I bianchi
che ne derivano, Roero Arneis e Langhe Arneis, sono leggermente
aromatici, leggeri e piacevoli.
L’uva Cortese è invece originaria della provincia di Alessandria,
ancor oggi la sua zona di maggiore diffusione, in particolare nella
fascia collinare tra Novi e Tortona. La sua vera culla è comunque
Gavi, al punto che il nome di questa cittadina ha avuto il
sopravvento su quello dell’uva nella denominazione. Il Gavi Docg è
tra i bianchi italiani più noti anche all’estero, fine e
aristocratico quanto intenso e tipico, molto secco; viene proposto
anche in versione leggermente frizzante, ma è stata soprattutto la
spumantizzazione secondo il metodo classico a dare eccellenti
risultati. Non tutti lo sanno, ma nelle cuvée dei migliori spumanti
italiani spesso c’è una significativa percentuale di Cortese. Il
Cortese è a Doc anche nell’ambito delle denominazioni Colli
Tortonesi, Alto Monferrato, Piemonte e Monferrato Casalese.
Tra i rari vitigni bianchi spicca poi l’Erbaluce, diffuso quasi
esclusivamente nella zona di Caluso, in provincia di Torino;
quest’uva è alla base dell’omonimo bianco sapido e profumato,
prodotto anche nelle tipologie Passito e Passito liquoroso. Una
varietà bianca autoctona di Langhe e Roero è la Favorita, che genera
l’omonimo bianco Doc, leggero e profumato. Chiude questa rapida
panoramica un’uva fuoriclasse come il Moscato Bianco, che ha trovato
l’habitat ideale nella valle del Belbo. Quest’uva è infatti alla
base dell’Asti Docg, il migliore spumante dolce del mondo e in
assoluto il vino italiano più esportato all’estero: la produzione
media si attesta sui 70/80 milioni di bottiglie, di cui buona parte
varca il confine nazionale. Altre denominazioni derivate dal Moscato
Bianco sono Moscato d’Asti, Loazzolo, Piemonte Moscato e Piemonte
Moscato Passito.
tratto da ULISSE