LABRUSCO E POPCORN

Emilia come Bologna: la dotta, la grassa, cultura e cibo. L’Emilia è soprattutto questo nell’immaginario italiano: buona tavola, città d’arte, saper vivere.
La realtà ha invece due facce: se da un lato gli emiliani difendono le tradizioni legate alla cultura, alla musica, alla gastronomia, da un altro combattono una guerra di competizione sfrenata, che ha portato la regione ai massimi livelli produttivi, che ha alzato le rendite e creato accanto alla civiltà contadina una nuova classe imprenditoriale fatta di industriali affermati e manager rampanti. Guccini e Ferrari. Ciliegie e ceramiche. Lambrusco e popcorn, cantava Ligabue, nativo di Correggio, in provincia di Reggio Emilia.

E proprio il Lambrusco, vino molto amato e molto venduto, non solo in Emilia, vive questa duplicità di obiettivi, di personalità, di intenti. Da un lato un vino con più di duemila anni di storia, celebrato dal Carducci, apprezzato dagli Estensi e ottenuto da uve autoctone citate già da Virgilio, Dioscoride e Plinio il Vecchio.
Dall’altra parte, invece, troviamo un vino con un’immagine offuscata da operazioni di marketing discutibili, come quella di proporre il lambrusco in lattina, partorita negli anni ’70, e destinata, a giudicare dalla campagna pubblicitaria, ai mercati anglosassoni, ma non per questo priva di conseguenze.

E se pensiamo che certe idee siano prerogativa unica del passato ci sbagliamo: è piuttosto recente la creazione di un prodotto chiamato “LemonBrusco”, lambrusco aromatizzato con succo di limoni di Sicilia, destinato ancora una volta allo sfortunato mercato anglosassone.
Chiedersi cosa spinge alcune aziende vinicole a scegliere queste strategie è piuttosto inutile: è chiara la volontà di conquistare nuove fette di mercato, di imporre un prodotto con ogni mezzo, di avvicinare nuovi consumatori. Chiedersi invece se queste scelte ripaghino gli sforzi fatti appare invece legittimo, dal momento che tutte le ricerche e statistiche mostrano un sempre più crescente interesse per il vino sì, ma vino di qualità.

Ed infatti quando si pensa alla qualità vinicola italiana, innegabilmente si associano altri nomi, ben più altisonanti del Lambrusco, che sicuramente è un buon vino, ma che tante volte ricorda più una bibita, dissetante, leggera, poco costosa, di facile beva. Un’immagine certo non del tutto edificante.
Eppure il Lambrusco necessita di una produzione tutt’altro che semplice. Una produzione che deve essere mantenuta a basse temperature, per evitare rifermentazioni indesiderate, e che spesso utilizza le medesime tecniche di vinificazione degli spumanti, costose e difficili, come il metodo Charmat. Metodi dispendiosi, ma necessari, se si vogliono mantenere inalterati i profumi primari tipici del vitigno, ed ottenere un vino di sostanza.

A questo proposito si stanno facendo molti sforzi per impostare in altri termini il lavoro; da diversi anni è stata istituita addirittura una manifestazione fieristica, “Lambrusco Mio”. Sforzi coordinati dai Consorzi, che intraprendono anche diverse azioni legali a tutela del nome, come dichiarato dal Consorzio Marchio Storico dei Lambruschi Modenesi.
Ma la duplicità riemerge una volta ancora: è proprio un produttore consorziato il creatore del “LemonBrusco”, come consorziata è l’azienda che produce il Lambrusco Bianco, un vino che, da vera modenese, mai mi sognerei di definire Lambrusco. Il Lambrusco è rosso, al massimo rosato; l’idea del bianco è venuta a chi voleva, una volta ancora, approcciare nuovi mercati. E forse ci sono anche riusciti, ma quanto sia appagante in termini di comunicazione della tradizione, questo è un altro discorso.

Tradizione peraltro famosissima, che coinvolge salumi come lo zampone, formaggi come il parmigiano reggiano e tutta la opulenta e ghiotta cucina emiliana. Una cucina di cui Lambrusco è compagno perfetto, con quell’effervescenza che aiuta la digestione di piatti elaborati e grassi, ma assolutamente squisiti. Un vino che annovera ben cinque Doc (Lambrusco Grasparossa di Castelvetro, Lambrusco di Sorbara, Lambrusco Salamino di Santa Croce, Reggiano Lambrusco, Lambrusco Mantovano) e che grazie alle diverse tipologie incontra i gusti di molti, pur nel rispetto delle tipicità.

Un vino che è parte così importante della tradizione culinaria emiliana da venire versato, in minime quantità ovviamente, anche nel domenicale brodo di cappone.
Un vino che nonostante un passato di scelte difficilmente comprensibili ed un presente di lotte d’intenti riemerge con forza grazie anche alla volontà di alcuni produttori, legati alla tradizione ed alla qualità. E’ grazie ad aziende come Medici, Manzini, Villa di Corlo, La Pederzana che il Lambrusco può riacquistare il dovuto rispetto, di vecchi e nuovi estimatori.

Di Laura Franchini - Winereport