IL VINO AL BICCHIERE, UN NUOVO MODO DI "SPENNARE" IL CLIENTE?
Lo
abbiamo detto in tanti che quella del vino a bicchiere al ristorante
poteva essere una formula giusta e di reciproca soddisfazione sia
per il cliente, che poteva bere un paio di cose senza essere
costretto a stappare una bottiglia, sia per il ristoratore, che così
facendo riusciva a muovere una cantina quanto mai immobile e
tendente al polveroso.
Una formula per fare in modo che il consumatore, con la scusa del
pranzo di lavoro o dei controlli stradali con l’etilometro, non
finisse con l’ordinare solo gran bottiglie di acqua minerale e
nemmeno un goccio di nettare di Bacco. Ci sembrava una buona
soluzione, un compromesso accettabile per entrambe le parti.
Non avevamo però fatto i conti con l’ingordigia e con un malinteso senso del commercio dei signori osti, ristoratori e chef, i quali, fiutato l’affare, invece di accontentarsi di guadagnare il giusto hanno pensato bene, se così si può dire, di passare prontamente all’incasso. Non accorgendosi, così facendo, di rompere letteralmente il giocattolo, e indurre i clienti ad evitare di ordinare non solo le bottiglie, naturalmente proposte in carta con ricarichi del 300%, ma anche quegli uno – due calici che potevano sembrare l’approdo migliore per spendere e bere il giusto senza esagerare.
Firenze:
prezzi robusti per malcapitati turisti
Troppo catastrofista la mia analisi ? Sicuramente, perché ci sono
fior di ristoratori e osti non solo galantuomini, ma seri
professionisti, che con gli attuali chiari di luna preferiscono
moderare i guadagni sul vino (a bicchiere e in bottiglia) e
concepire questa proposta come un servizio al cliente. Ma la
definirei un’analisi realista, e invito chiunque a contestarmela,
quando invece, nella maggior parte dei casi, ci si trovi di fronte a
ristoratori per i quali l’obiettivo è uno solo: guadagnare il
massimo possibile dal malcapitato, ebbene sì, cliente, che sia
capitato sotto le loro grinfie.
Voglio
raccontarvi pertanto un episodio illuminante di cui sono stato sia
spettatore che vittima. Lunedì 14 febbraio mi trovavo a Firenze come
molti altri giornalisti convenuti per l’anteprima del Chianti
Classico. D’accordo con due colleghi esteri, l’americano di Chicago
Tom Hyland e l’amico madrileno Juancho Asenjo, decidiamo di uscire
dal nostro albergo per andare, fatti i regolari quattro passi, a
mangiare qualcosa.
E’ la sera di San Valentino e trovare un locale libero non è facile,
quando, gironzolando per il centro della città di Dante decidiamo,
più che altro per farla conoscere a Tom, che non ci era mai stato,
di entrare, in Piazza degli Antinori al numero 3, alla Cantinetta
Antinori, il locale creato dalla celeberrima plurisecolare dinastia
di vinattieri fiorentini, collocato nel palazzo che ospita la sede
della celebre azienda.

Una volta entrati e trovato posto in uno dei piccoli, spartani tavolini, abbiamo scelto, dribblando l’insistenza professionale del maitre, che ci proponeva dall’aperitivo al dessert, di ordinare io e Juancho solo un piatto di pasta, delle pappardelle con ragù di manzo, mentre Tom un piatto di tagliatelle con ragù di coniglio e un piatto di asparagi. Non è stato un improvviso attacco di taccagneria ad indurci a scegliere così, ma molto più semplicemente la voglia non di cenare bensì di mettere un piatto al centro delle nostre conversazioni sul vino italiano e al piacere di stare una sera insieme.
Allo
straniero non far sapere quanto è caro di vino un bicchiere…
Trovandoci alla Cantinetta Antinori e vista la disponibilità di
tutta la vasta gamma dei vini dell’azienda del marchese Piero e
delle sue squisite figliole, ovviamente non ci siamo limitati a bere
acqua minerale (mezza bottiglia), ma abbiamo scelto di ordinare
almeno un bicchiere di vino. Tom un bicchiere di Vermentino di
Bolgheri con i suoi asparagi e tutti e tre, con il nostro piatto di
pasta con ragù di carne, un bicchiere di rosso, un Chianti Classico
Badia a Passignano 2000, correttamente servitoci e aperto apposta
per noi.
Un vino normale della gamma Antinori, non un Tignanello, un Solaia o
chissà che, un bicchiere di rosso toscano per farci sentire, anche
se l’intenso aroma vegetale al peperone del vino tendeva a portarci
verso altri lidi, di essere a Firenze, Tuscany, e non in Maremma o
chissà dove.
Bene,
amici miei cari, volete provare a buttarli lì la cifra che in tre,
non prendendo nient’altro che quello che vi ho elencato abbiamo
elargito a fine serata ? La ricevuta fiscale che pubblico qui a
fianco lo documenta: 98,89 euro per tre piatti di pasta, un piatto
di asparagi, 4 bicchieri di vino, mezza minerale.
Passino, siamo a Firenze, in pieno centro, nello storico Palazzo
Antinori, nell’epoca dell’euro trionfante, i 12 euro dodici per ogni
singola tagliatella o pappardella, passino pure i 2,10 euro per
mezza bottiglietta di acqua minerale, e si sorvoli, generosamente,
sui 2,60 di coperto cadauno, nonché sui 4 euro per il bicchiere di
Vermentino, tutt’altro che esaltante, ma come vogliamo definire,
senza essere citati per diffamazione, la robusta oblazione di euro 8
richiestaci (ovvero 15.490 delle vecchie care lirette) per ogni
singolo ballon di un normalissimo, tutt’altro che trascinante e
indimenticabile Chianti Classico Badia a Passignano, bevuto con il
nostro piatto di tagliatelle ?
Ricarico
equo e ragionevole o che altro ?
E’ possibile definirlo un ricarico equo e ragionevole, un prezzo
corretto, oppure bisogna parlare di un qualcosa che con lo spirito
vero, autentico e genuino del vino a bicchiere c’entra come i cavoli
a merenda ?
E come definire, anche se era San Valentino (e ognuno di noi,
tristemente, aveva la propria dolce metà a centinaia di chilometri
di distanza), anche se ci trovavamo a Firenze, una spesa pro capite
di 26,30 (ovvero 50.923 lire) nient’altro che per coperto, bicchiere
di vino rosso, porzione di acqua minerale, piatto di pasta e
servizio (3 euro a cranio) ?
Lascio a
voi il piacere di fornire una definizione e di dire se, a vostro
avviso, con un modello di comportamento del genere non solo la
formula del vino a bicchiere avrà un futuro, ma se la stessa
ristorazione italiana potrà andare lontano.
Dal canto mio, considerato che la precedente volta che avevo
visitato la Cantinetta Antinori risaliva nientemeno che al 1990,
penso che, non portando l’anello al naso, lascerò trascorrere
tranquillamente altri quindici anni prima di fare rientro in questo
storico locale. La Cantinetta la lascerò tutta al piacere, e alla
potenza d’acquisto, di americani e giapponesi, felici di pagare il
loro robusto tributo per respirare, per un paio d’ore, l’atmosfera
di secoli di storia enoica fiorentina…
Il
Franco tiratore
francotiratore@hotmail.it
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