CRISI DEL MERCATO: QUANTO C'ENTRANO LE GUIDE?
Esiste
un metodo empirico di valutazione dei vini?
Durante una cena presso l'azienda "La
Regola" di Riparbella (PI), in piena zona Doc Montescudaio, ho colto
l'occasione per discutere con Ernesto Gentili (Guida ai vini de
L'Espesso) e Fernando Pardini (L'Acquabuona e collaboratore per la
guida dell'Espresso), dei pregi e difetti delle varie guide che si
occupano di valutare i vini italiani. In particolare mi stava a
cuore evidenziare il legame fra i parametri di valutazione dei vini
e l'andamento del mercato.
Certo i metodi sono diversi, almeno sulla carta ogni guida adotta un
proprio sistema, anche se, andando a stringere, l'unico che si
distacca in modo determinante è Luca Maroni con il suo concetto di
"vino-frutto". Ma ci sono alcuni punti che sono indubbiamente
accomunabili, soprattutto se consideriamo le guide di Gambero
Rosso/Slow Food, Associazione Italiana Sommeliers (ma quando la
toglieranno quella assurda "s" finale? n.d.a.), Veronelli, Espresso
e Maroni: tutti adottano una valutazione a punteggi, anche se
diversa (poveri lettori!).
Prendiamo per comodità tre di queste guide per confrontarle e
verificarne la filosofia. Ad esempio Vini d'Italia premia i migliori
vini con i famosi 3 bicchieri. Per chi ancora non lo avesse chiaro,
1 bicchiere viene assegnato a quei vini che abbiano ottenuto un
valore in centesimi che va da 70 a 79; 2 bicchieri da 80 a 89 e 3
bicchieri da 90 a 100. Duemilavini dell'A.I.S. utilizza i grappoli
come simbolo, da 1 a 5, dove 1 comprende i valori (anche qui in
centesimi) da 70 a 75; 2 grappoli da 76 a 80; 3 da 81 a 85; 4 da 86
a 90 e 5 grappoli da 91 a 100. La Guida de l'Espresso, invece,
effettua la valutazione in ventesimi: una bottiglia va da 12 a 13
punti; 2 bottiglie da 13,5 a 14,5; 3 bottiglie da 15 a 16; 4 da 16,5
a 17,5 e 5 bottiglie da 18 a 20 ventesimi. Al di là dei diversi
metodi di punteggio applicati, il "significato" assegnato a ciascun
simbolo è molto simile: si parte dai vini "sufficienti" o che
meritano di essere mensionati perché tecnicamente corretti, per
arrivare ai mostri di eccellenza, vini inappuntabili, imperdibili,
emozionanti. Ovviamente, con gli anni e l'esperienza c'è chi, come
Gambero Rosso/Slow Food, ha ritenuto opportuno "aggiustare il tiro",
dato che tre soli bicchieri coprivano tra di loro un range di valori
troppo ampio (mediamente 10 punti). Così sono nati i "2 bicchieri
rossi", che vengono assegnati a quei vini che hanno raggiunto le
finali, dimostrando di meritare un punteggio abbastanza vicino ai
massimi livelli (3 bicchieri).
Il vero
compito delle guide: specificati
i diversi sistemi di valutazione, quali sono i parametri e, quindi,
i valori a cui ciascuna guida fa riferimento per valutare se un vino
è discreto, buono, eccellente o insuperabile? Innanzitutto mi preme
dire che dare un voto ad un vino, per quanto sia il metodo più
semplice per far capire al consumatore se vale la pena acquistarlo o
meno, è una grossa responsabilità e presume che chi lo assegna deve
essere assolutamente preparato tecnicamente. Non sempre chi giudica
un vino ha la qualifica per farlo, né sembra esserci alcuna legge
che lo obblighi ad averla, e questa a mio avviso è una falla nel
sistema. Ma a parte questo non trascurabile particolare, è implicito
nel nome che la "guida" dovrebbe dare indicazioni su ciò che di
meglio offre da un punto qualitativo, ma anche di prezzo, il mercato
vinicolo nazionale. A mio parere, le guide dovrebbero descrivere,
più che dare voti, i pregi e difetti e una valutazione "di massima",
orientativa ma non definitiva di questo o quel prodotto, tenendo
conto delle sue caratteristiche territoriali e della tipologia.
Questo eliminerebbe uno dei più grossi limiti ed errori in cui
cadono più o meno tutte le guide vinicole, cioè quello di valutare
un vino su una scala assoluta, a prescindere da quelle che sono le
sue reali possibilità espressive.
Se la scala di valori avesse tenuto conto anche di questi parametri,
non avrebbe indotto molti produttori a modificare, alterare, forzare
le caratteristiche di un vino pur di ottenere gli ambiti
riconoscimenti. Perché non possono avere uguale dignità i rosati, i
lambruschi, i bardolini, le bonarde, le freise, i grignolini e tutte
quelle numerose categorie di vini che vengono regolarmente
trascurate dalle guide? Si può obiettare che i produttori di queste
tipologie non hanno fatto molto per migliorare i loro vini, ma a mio
avviso non sono stati neanche incentivati a farlo, visto che i
parametri più "blasonati" sono rappresentati dalla struttura, dalla
ricchezza di estratto, dall'opulenza, dalla longevità (quest'ultima
in modo minore), argomenti che mettono inevitabilmente a tacere la
maggior parte di questi prodotti.
E' poi corretto dare un voto alto ad una Barbera, che ha una
tradizione di serbevolezza e freschezza, solo quando ha perduto la
sua personalità per diventare un vino coloratissimo, opulento,
maturato in barrique fino allo sfinimento e alla quasi cancellazione
dei profumi primari del vitigno?
Ricchi
premi e cotillon
Questo fenomeno delle premiazioni, dei gran galà con tanto di
televisione e star del cinema, ha finito davvero per stravolgere
l'essenza primaria del vino, il suo rapporto con la natura e con
l'uomo, la sua storia e cultura secolare, trasformandolo in uno
status symbol, fenomeno di moda e ispiratore di grandi affari
economici. Il vino come oggetto da collezione e rappresentivo di una
classe sociale che con le sue radici non ha nulla a che fare. Ecco,
chi si è assunto l'onere e il privilegio di giudicare i vini che
meritano attenzione, non può non tenere presente che è fortemente
responsabile del suo operato, al punto da condizionare gli stili, le
filosofie, gli obiettivi di chi lavora in questo settore.
Sono
fermamente convinto che le guide abbiano contribuito alla rinascita
del vino italiano (e non dimentichiamo il compianto Gino Veronelli),
ma si siano "lasciate prendere la mano" dal successo conseguito e
abbiano perso il senso del loro lavoro. A mio modesto avviso, si
poteva evitare questa corsa al "vino gioiello", questa imitazione
del modello francese (peraltro meglio gestito) che ha fatto
lievitare paurosamente i prezzi, provocando (era inevitabile) una
stasi e poi una regressione delle vendite. Regressione che stanno
pagando soprattutto le piccole realtà vinicole, illuse che la
pioggia di premi potesse rendere lecito equiparare o addirittura
superare il prezzo di un vino fino a poco prima sconosciuto,
rispetto a un Sassicaia o a un grande Barolo.
I vini di "fascia alta" sono diventati numerosissimi, al punto che appare
davvero inverosimile la determinazione delle fasce di prezzo
effettuata da Gambero Rosso/Slow Food, che va da 1 a 8, dove 1
rappresenta i vini che costano "fino a 3,50 euro". In tutta
l'edizione 2005, che conta oltre 14.000 vini, solo 14 rientrano in
questa fascia di prezzo: 2 in Emilia (Lambruschi di Modena, guarda
un po'!), 1 in Veneto (Bardolino!), 2 nelle Marche, 2 in Umbria, 1
nel Lazio, 2 in Abruzzo, 2 in Puglia e 2 in Sardegna. Mentre la
fascia più alta, che riguarda i vini che costano oltre 40 euro, ne
comprende alcune centinaia, molti dei quali sono ben distanti dai 40
euro. Se andiamo a verificare le fasce di prezzo utilizzate dalla
guida del 2002 (che rappresenta il passaggio lira/euro), notiamo che
andavano da 1 a 6, e la più alta riguardava i vini superiori a 20,66
euro (40.000 lire)! Cioè la metà del valore attuale! Un simile
lievitare dei prezzi non poteva che produrre un riflusso, un calo di
interesse, non si può spremere all'infinito i consumatori senza che
questi, se non altro per necessità, decidano ad un certo punto di
tirare la cinghia per non affogare.
Forse sarebbe il caso di rivedere certe filosofie trionfalistiche e
guardare al vino con maggiore umiltà e onestà di intenti. Stiamo
parlando di una bevanda, oggi senz'altro più buona che in passato,
ma rimane una bevanda. A questi prezzi non se lo possono permettere
più neanche gli Dei!
Roberto
Giuliani
www.lavinium.com