LA BIODINAMICA IN ENOLOGIA: RITO NEW AGE O NUOVA FRONTIERA?
C’è chi li chiama “vini naturali”, con
una definizione fuorviante, capace soltanto di generare l’equivoco
della naturalità del vino (che non è una mela o una patata, ma un
prodotto di trasformazione), e chi li definisce “vini veri”, forse
in modo più preciso, ma ancora generalissimo, in contrapposizione
alla maggior parte dei vini oggi presenti sul mercato, che, in
misura maggiore o minore, dipendono dalla chimica.
Sono quei vini, che, in modo talvolta generico e superficiale,
rimandano alla biodinamica. Di questi tempi, infatti, tale metodica
produttiva è diventata oggetto frequente di discussione e spesso
argomento su cui molti ironizzano, primi fra tutti la gran parte dei
tecnici, fondamentalmente scettici in quanto “scientifici” (cioè
metodologicamente legati al rapporto causa-effetto), e che collegano
superficialmente tale pratica ad un empirismo immediato che, nel
bicchiere, si traduce in vini ossidati e instabili, cioè nel ritorno
del “vino del contadino”, faticosamente allontanato dal panorama
enologico, dopo anni di progressi tecnici.
L’identikit del viticultore biodinamico è caratterizzato,
schematicamente, da una forte motivazione verso l’ampliamento dei
parametri qualitativi che definiscono il quadro di riferimento di un
vino, dimensioni aziendali tendenzialmente ridotte, decisa impronta
personale a partire dalle caratteristiche del terroir di
appartenenza, un’interpretazione più concreta del rispetto del
territorio e dell’ambiente, accanto ad una concezione armonica del
ciclo produttivo, in grado di restituire centralità all’elemento
naturale; infine, e forse soprattutto, da una netta avversione verso
l’omologazione produttiva dei vini (compresi quelli di altissima
qualità). Dal ricco industriale riconvertitosi a viticoltore, al
piccolo vignaiolo, fino al viticoltore esperto che ne ha abbastanza
dei prodotti chimici, tutti sembrano almeno incuriositi dalla
biodinamica e da personaggi come Nicolas Joly e Alex Podolinsky.

L’approccio europoeo a questa “disciplina” ha, in generale, un
carattere per molti versi spirituale, quasi iniziatico, mentre
quello del “Nuovo Mondo” presenta caratteristiche più pragmatiche e
per nulla dogmatiche. L’adozione dell’uno o dell’altro modello
stabilisce uno spartiacque tra i produttori biodinamici: da un lato
ci sono i duri e puri, i “talebani” della biodinamica, quelli che
seguono alla lettera la teoria del maestro (il filosofo austriaco
Rudolph Steiner, attivo intorno agli anni 1920). Sono i pionieri
della prima ora, quelli che praticano la biodinamica fin dagli anni
‘80, e che oggi sono diventati dei “classici”, delle icone,
consultati alla stregua di oracoli. Poi ci sono i novizi. Molti di
loro hanno delle derive utopistiche e ricercano affannosamente una
nuova “arcadia” ideale ed impossibile.
Il modo in cui questi vignaioli concepiscono la biodinamica è
assimilabile ad una vera e propria filosofia di vita, un modus
vivendi, salvifico rispetto ad una società in cui anche
l’agricoltura non ha più nulla a che fare con i ritmi della natura.
A questi, si affianca una compagine di aziende (anche molto note)
che segue un percorso di innovazione senza necessariamente tenere
conto alla lettera di questa o quella dottrina, e senza, peraltro,
rinnegare totalmente, in caso di necessità, il supporto tecnologico,
a patto che sia ecocompatibile. Di Steiner non hanno mantenuto che
il concetto fondamentale: la terra come essere vivente, parte
integrante dell’universo. E la vite, come qualsiasi altra pianta,
partecipe di questo stesso universo. Sono quelli secondo cui, per
dirla con una formula: bisogna pensare alla terra e non alla pianta.
Tutti quanti sono uniti da un minimo comune denominatore: hanno
intrapreso una sfida difficile. Contro di loro giocano interessi
consolidati, l’enorme business del vino, la cultura enologica
moderna, la pressione del gusto internazionale, la natura stessa,
con le malattie della vite, e la necessità di minimizzare i rischi
per assicurare una produzione a gestione industriale.
Non
è dunque per nulla sorprendente che una simile tendenza abbia
provocato reazioni di vario genere (per lo più negative) da parte
degli “esperti”: enologi, agronomi, commercianti di prodotti
chimici, politici, sindacalisti del settore viticolo, critici
consacrati. Ma non bastava l’agricoltura biologica? In effetti, sia
l’approccio biologico, sia quello biodinamico perseguono in vigna il
rifiuto di ogni prodotto di sintesi nella concimazione e nella
difesa dagli infestanti e dai parassiti. Entrambi sono sistemi di
produzione che necessitano di conoscenze specifiche e promuovono
un’agricoltura ecosostenibile.
Ma esistono anche delle differenze. La prima è di ordine burocratico
e si trova sull’etichetta: un vino “prodotto da agricoltura
biologica” (ricordiamo che esistono soltanto normative relative alla
fase di coltivazione delle uve e non a quella della vinificazione
vera e propria, anche se esistono disciplinari di produzione
elaborati da associazioni di produttori che regolano anche quella
fase, ma che non hanno valore legale) deve riporatre la
certificazione dell’ente preposto (in Italia sono nove); se invece
si tratta di un vino “prodotto da agricoltura biodinamica” è
cetificato da un unico ente (Demeter).
Ma la diferrenza fondamentale che contaddistingue la biodinamica,
risiede, al di là di motivazioni meramente ideologiche (legate ad
un’adesione vera e propria ai modelli filosofico-esistenziali
dell’antroposofia di Rudolf Steiner), nel concetto (e nella pratica)
della rivitalizzazione dei terreni “provati”
da anni dei diserbanti e prodotti chimici di sintesi. Qui, di magico
o taumaturgico non c’è proprio un bel niente. C’è piuttosto un
cambiamento (radicale) nel modo di approcciarsi alle pratiche
agronomiche, che si fonda su una base molto concreta, del tutto
lontana dagli atteggiamenti mistici dei fondamentalisti del
biodinamico. Anzi, è proprio dalla consapevolezza di un livello
ormai acquisito di conoscenza scientifica e capacità tecnica che
nascono queste nuove esperienze di viticoltura.
Inoltre, il sistema biodinamico (a differenza del biologico che ha
un approccio più “razionale”, con utilizzo di rimedi naturali,
talvolta semplici e parziali sostituti delle sostanze chimiche)
propone un ciclo di trattamenti delle materie e (dell’energia)
interni all’azienda stessa e obbliga all’utilizzo di preparati, che
vanno usati, per intenderci, secondo i criteri della medicina
omeopatica. Anche per queste particolarissime regole (a volte poco
convincenti e di cui non analizziamo i dettagli), oltre
all’inesistenza di studi scientifici che provino completamente le
qualità superiori di questa metodica, sono ancora molto poche le
aziende italiane che aderiscono alla certificazione ufficiale
biodinamica, anche se effettivamente praticano tale metodologia
produttiva.
Il biodinamico resta quindi un fenomeno piuttosto ristretto, ma in
crescita e capace di stimolare anche curiosità non meramente
modaiole. Come all’interno del mondo del biologico (dove è già
presente un’“industria biologica”, che, attraverso l’utilizzo
pianificato dei valori tradizionali della terra, ha colto nella moda
del “bio” un filone molto redditizio, capace di catturare nuovi
consumatori), anche nel mondo della biodinamica è lecito tuttavia
dubitare della reale sincerità dei propositi di alcuni produttori
che dichiarano di praticarla.
Un risultato è stato comunque raggiunto: grazie alla biodinamica,
infatti, si è riscoperto il gusto per l’impegno, per il lavoro della
terra, per l’osservazione della pianta e, non ultimo, anche il gusto
di considerare e rivedere “dinamicamente” i metodi di coltivazione
della vite e di produzione dei vini.
I produttori biodinamici italiani (certificati e non)
secondo WineNews (www.winenews.it):
Quelli italiani ...
Liguria
Poderi Bado Crosi (Calice Ligure, Sv)
Lombardia
Cascina La Pertica (Polpenazze del Garda, Bs)
Marche
Aurora (Offida, Ap)
Oasi degli Angeli (Cupra Marittima, Ap)
Piemonte
Brezza Francesco (San Giorgio Monferrato, Al)
Cascina Ulivi (Novi Ligure, Al)
Nuova Cappelletta (Vignale Monferrato, Al)
Sicilia
Hans Zenner (Catania)
Toscana
Agricola Querciabella (Greve in Chainti, Fi)
Castello di Rampolla (Panzano, Fi)
La Busattina (San Martino sul Fiora, Gr)
Massa Vecchia (Massa Marittima, Gr)
Tenuta di Valgiano (Lucca)
Tenuta di Trinoro (Sarteano, Si)
Trentino Alto Adige
Longariva (Rovereto - Tn)
Veneto
La Biancara (Gambellara, Vi)
Friuli Venezia Giulia
La Castellada (Gorizia)
… e quelli francesi
Alsazia
Domaine Marcel Deiss
Domaine Zind Humbrecht
Bordeaux
Château La Tour Figeac
Château Pavie-Macquin
Borgogna
Domaine d’Auvenay
Domaine des Comtes Lafon
Domaine Leroy Domaine Romanée-Conti
Champagne
Jacques Selosse
Jean-Pierre Fleury
Châteauneuf-du-Pape
Domaine de Marcoux
Ermitage
Michel Chapoutier
Loira
Coulée de Serrant
Domaine Didier Dagueneau
Provenza
Domaine Romanin
Puligny-Montrachet
Domaine Olivier Leflaive
Rodano
Château de Beaucastel
Trévallon
Articolo
tratto da
WINENEWS