BACCO, CERERE E VENERE, FONTI DELLA GIOIA DI VIVERE
Un proverbio latino recita: "Venerem sine Libero et Cerere frigere". Lo si può tradurre più o meno così: "Senza Bacco e Cerere, si raffredda Venere"
Dalla
schiettezza un po' grossolana del proverbio latino possiamo dedurre
almeno due cose: che la triade divina simbolizza una parte
essenziale delle gioie concesse all'uomo e che esiste una relazione
tra queste tre fonti di godimento.
Le occasioni e le pratiche del piacere nel mondo antico sono state
indagate a fondo, soprattutto da quegli studiosi che hanno applicato
i metodi dell'antropologia moderna allo studio della società greca e
romana. Così oggi sappiamo molto circa la sessualità e l'erotismo,
il consumo del vino in occasione del simposio, l'arte culinaria, la
cura del corpo ed altri aspetti della "gioia di vivere" degli
antichi.
Erodoto,
a proposito dei ricchi egiziani, racconta che nel corso delle loro
riunioni, quando il pasto è terminato, un uomo porta in giro una
statuetta di legno in una bara, e mostrandola a tutti i convitati
dice: "Guarda costui e bevi e godi, perché una volta morto, tu
sarai come lui" (2,78).
Benché Erodoto attribuisca questa usanza agli Egizi, il motivo del
carpe diem associato al vino è un tratto culturale tipico della
mentalità greca, che è attraversata dalla polarità tra mondo del
simposio e mondo dei morti. Il vino è il flutto della vita, come
dice Euripide nella Baccanti:
"il
figlio di Semele [Dioniso], ... trovò il liquido tratto dall'uva e
lo insegnò ai mortali, la bevanda che agli esseri infelici che sono
gli uomini e muoiono, acquieta ogni dolore quando dentro il flutto
della vita li inonda e dà il sonno e con il sonno l'oblio di tutti i
mali della giornata: non vi è medicina altra che questa per chi
soffre e pena. È lui che, nato dio, viene versato come offerta agli
dèi, ed è per lui che l'uomo ottiene i beni che ogni volta domanda".
A tutti è noto che i Greci hanno fatto un gran parlare di vino, lo
hanno cantato in poesia, hanno ossessivamente raffigurato sui vasi
scene simposiali.
In effetti, il banchetto era un momento importantissimo della vita
sociale, almeno di quella maschile, perché le donne, ad eccezione
delle etere, non vi erano ammesse. Attraverso le fonti letterarie e
iconografiche conosciamo bene il suo svolgimento in epoca classica,
quando il simposio presenta ormai una forma codificata, che è il
risultato sia dell'introduzione della moda orientale di cenare
sdraiati, sia dell'evoluzione del banchetto omerico, dove il momento
del mangiare e quello del bere non erano ancora ben distinti.
Il simposio classico comincia invece quando la cena vera e propria,
il deipnon, è terminato: allora le mense vengono rimosse, i
partecipanti si coronano di fiori e mirto, si profumano e fanno una
libagione di vino puro in onore del dio. Poi si fanno portare cibi
che accompagnano il vino e viene eletto il simposiarca, ossia il
"presidente" del banchetto, che ha il compito di assicurarne il buon
svolgimento, di stabilire quante coppe si berranno, di far miscelare
il vino e di moderare i discorsi e le esibizioni degli invitati.
Durante il simposio infatti non si beveva soltanto, ma si
chiacchierava, si cantava, si giocava, si ascoltava la musica. Come
ha osservato François Lissarague, il simposio è in sostanza una
riunione collettiva che è al tempo stesso spettacolo, esibizione e
divertimento, in cui tutti i sensi vengono stimolati: l'udito, il
gusto, il tatto, l'olfatto e la vista.
Le centralità del simposio come forma sociale di godimento, non deve
far trascurare l'importanza del cibo come fonte di piacere.
Il coro della Pace di Aristofane canta le semplici gioie che si
possono godere quando non infuria la guerra:
"Sono
felice, sì, sono felice: mi sono sbarazzato dell'elemo, del
formaggio e delle cipolle [che costituivano il cibo dei soldati].
Non mi piacciono le battaglie, ma una bella bevuta con gli amici
accanto al fuoco: attizzare la legna più secca tagliata in estate,
abbrustolire i ceci, mettere sul fuoco le ghiande e sbaciucchiarmi
la Tracia [cioè la serva!] mentre mia moglie si fa il bagno".
Si tratta di un elenco di piaceri piuttosto frugali, ma spesso i
poeti della commedia antica si divertivano a immaginare in termini
iperbolici un paese di cuccagna pieno di ogni ben di dio, una vera e
propria isola di Utopia gastronomica, dove non si lavora e tutto
viene prodotto spontaneamente, i cibi giungono automaticamente a
portata di mano dei fortunati commensali, i pesci saltano
direttamente nelle loro bocche, i pani si ammassano ai loro piedi,
la selvaggina li implora di essere mangiata eccetera.
Ritorniamo al rapporto che lega cibo, vino e sesso. Questo motivo,
già noto alla letteratura medica ippocratica, sarà ripreso in chiave
moralistica dai padri della Chiesa. L'effetto del consumo di alcool
sul desiderio sessuale è denunciata, ad esempio, da Clemente di
Alessandria in una pagina del suo Pedagogo:
"è
necessario che i ragazzi e le ragazze si astengano in più possibile
da questo veleno, perché non è opportuno versare su un'èta già piena
di bollori il più caldo dei liquidi, il vino, dal quale prendono
fuoco impulsi selvaggi, desideri infiammati e temperamento ardente.
I giovani riscaldati interiormente inclinano verso i desideri, al
punto che la loro malattia si manifesta apertamente nel loro corpo
quando gli organi del desiderio abbiano raggiunto in loro una
maturità troppo precoce".
(II,29,3).
Allo stesso modo san Gerolamo, pur confessando che rinunciare ai
cibi prelibati era più penoso per lui che abbandonare la propria
casa, i genitori, la sorella e le amicizie, tuttavia raccomandava il
digiuno come un efficace antidoto contro il desiderio sessuale, una
specie di castrazione non cruenta. Questi esempi sembrano confermare
il luogo comune, secondo cui all'etica edonistica degli antichi
greci e romani si contrappongono i valori dell'astinenza e della
castità propri della morale cristiana.
Le differenze sono particolarmente evidenti nell'ambito della
sessualità: per il cristianesimo l'atto sessuale è associato al male
e al peccato, mentre per gli antichi greci ha una valenza positiva;
la tradizione cristiana considera un valore l'astinenza e la
verginità, mentre i greci esaltavano l'amore fisico; il
cristianesimo circoscrive la sessualità all'interno dei rapporti
matrimoniali, mentre i greci svincolavano il sesso dalla funzione
riproduttiva e accettavano anche i rapporti extraconiugali e
omosessuali.
È sicuramente innegabile che i pagani fossero meno inibiti dei
cristiani. I greci avevano una divinità speciale per l'amore fisico,
Afrodite, e nei miti e nelle leggende gli dèi vengono spesso
ritratti mente godono dei pieceri della carne. Lungo le strade di
Grecia erano poste statuette di Ermes con il pene eretto ed enormi
falli erano portati in processione ogni anno durante le feste
Dionisiache. Nei nostri musei i vasi attici raffiguranti scene
erotiche fanno la gioia dei ginnasiali in visita d'istruzione. E chi
non ha riso per il linguaggio licenzioso delle commedie di
Aristofane?
Ma
l'idea che i greci fossero i campioni dell'amore libero e della
mancanza di pudore, è del tutto anacronistica e fuorviante. Basterà
citare alcuni esempi per correggere questa immagine.
Ad esempio, l'epica omerica, che pure considera il sesso come una
delle cose belle della vita, indica i genitali con il termine
aidoia, "vergogne", "pudenda".
E se l'Iliade e l'Odissea descrivono con minuzia di dettagli certe
attività piacevoli, come la preparazione dei cibi o la mescita del
vino, sono piuttosto reticenti e sobrie quando si tratta di
descrivere l'amore fisico. Il Cantico dei Cantici, a confronto,
ricorre a un linguaggio erotico ben più esplicito quando presenta
l'incontro tra i due amanti:
"Aprivo al mio diletto e il mio diletto mi stringeva, si piegava
l'anima mia si perdeva per la sua dolcezza. Quando il mio diletto
spinse dentro il suo sesso le mie viscere ebbero un fremito"
inibizioni linguistiche si trovano anche nella commedia di Menandro,
dove la musa sboccata di Aristofane ha ceduto il posto a una vena
più castigata. Inoltre non bisogna dimenticare che nella società
greca la donna viveva segregata e che gli incontri tra ragazzi e
ragazze erano difficili e sempre clandestini.
Il termine moicheia, tradotto generalmente con "adulterio", ricopre
in realtà una categoria molto più ampia nel diritto greco. Esso non
indicava infatti soltanto il rapporto illegittimo con la moglie di
un altro, ma più in generale la seduzione di qualsiasi donna posta
sotto la tutela di un uomo, ad esempio un madre vedova o una figlia
nubile.
Comunque
i greci hanno, al pari di altre civiltà, elaborato discorsi e
sistemi finalizzati al controllo e alla manipolizzazione del
piacere. Là dove c'è il piacere c'è necessariamente anche una
morale, per quanto lassista e tollerante essa sia.
Questa constatazione suona persino banale. Gli ideali
dell'astinenza, dell'ascetismo e della castità non appartengono
soltanto alla tradizione cristiana, ma hanno avuto una loro fortuna
anche nell'ambito pagano, soprattutto ad opera delle scuole
filosofiche di età ellenistica.
Basti leggere le parole con cui Diogene il cinico invitava a fuggire
quell'avversario furbo e astuto che è il piacere:
"Il
piacere non si serve apertamente della violenza. Infatti inganna e
ammalia con farmaci funesti, proprio come Circe, secondo quanto dice
Omero, stregò i compagni di Ulisse che divennero porci, lupi o altre
bestie selvagge. Il piacere è simile. Esso tende le sue insidie non
in modo semplice, ma in tutti i modi possibili, attraverso la vista,
l'udito, l'odorato, il gusto e il tatto. Cerca di corrompere
attraverso il cibo, le bevande e i piaceri dell'amore, sia le
persone sveglie sia quelle addormentate"
(Dione Crisostomo 8, 21-22).
Mettendo in guardia dalle lusinghe dei piaceri, Diogene non
intendeva condannare il piacere in sé, ma piuttosto le sofferenze
che sono associate al godimento del piacere in una società altamente
civilizzata com'era quella ellenistica: "Spesso ho visto mendicanti
che a causa della loro indigenza godevano di buona salute, mentre ho
visto ricchi che a causa dell'intemperanza del loro ventre e del
loro sesso erano malati".
Parafrasando Leopardi si potrebbe dire che i cinici credevano che
l'affanno fosse figlio del piacere, o piuttosto di un cattivo uso
dei mezzi che procurano piacere e dell'incapacità di disciplinare i
propri desideri.

Anche Epicuro invitava a una vita sobria, lontana dal lusso, eppure
poneva il piacere come principio fondamentale, anticipando in
qualche modo l'idea freudiana che fa del principio del piacere la
forza regolatrice del corso assunto dagli eventi mentali. Scriveva
infatti il fondatore del Giardino nella celebre lettera al suo
discepolo Meneceo:
"il
piacere è principio e termine estremo del vivere felice. Noi
sappiamo che esso è il bene primo e a noi connaturato, e da esso
trae origine ogni nostro atto di scelta e di rifiuto, e ad esso ci
rifacciamo giudicando ogni bene in base alle affezioni assunte come
norma".
Le dottrine moralistiche dei filosofi hanno contribuito a imporre un
ideale ascetico, che tuttavia nelle sue motivazioni e nei suoi
fondamenti filosofici è profondamente diverso dalle pratiche di
mortificazione della carne raccomandate dal cristianesimo. C'è
un'altra, non trascurabile differenza.
Non potendo i filosofi pagani agitare la minaccia di un inferno in
cui i golosi e i lussuriosi avrebbero espiato eternamente i loro
eccessi, i richiami a una vita morigerata non dovevano avere una
grande forza di persuasione.
Questa almeno è l'impressione che si ricava leggendo l'epitaffio che
una mano ignota ha inciso sulla tomba di un certo Tito Claudio
Secondo, un liberto dell'imperatore Claudio: balnea vina Venus
corrumpunt corpora nostra, sed vitam faciunt balnea vina Venus,
"bagni, vino e amore corrompono i nostri corpi, ma bagni vino e
amore fanno la nostra vita".