ESPRIMERE UN GIUDIZIO: LA SCHEDA DI VALUTAZIONE
Giudicare un vino vuol dire, soprattutto, decidere se quel vino
soddisfa il tuo gusto, il tuo naso, il tuo palato, ma vi possono
essere anche altre considerazioni: ad esempio se vale il prezzo
richiesto; se resisterà all’invecchiamento, e se migliorerà con il
tempo; se si abbina bene ad un certo piatto; se piacerà alla persona
alla quale si intende regalarlo (e, per gli operatori del commercio
e della ristorazione, se piacerà ai loro clienti); se corrisponde, o
meno, ad uno standard ideale che si ha in mente per quel tipo di
vino, proveniente da quel vitigno, e, o, da quel territorio.
Quest’ultimo è un giudizio di “tipicità”. E’ un concetto molto
importante per il consumatore e per il produttore europeo, molto
meno importante nel resto del mondo, dove la produzione è più
apertamente orientata al mercato: si
cerca di produrre il vino che piace in quel momento, e, sotto questo
aspetto, la tradizione rischia di essere un peso invece che un
vantaggio.
Un bravo degustatore non ha soltanto una buona sensibilità e una
buona memoria olfattiva e gustativa, ma anche la capacità di
tradurre tali sensazioni in parole e concetti. Se trascurassimo
questo aspetto, saremmo costretti ad ammettere che un cane è un
degustatore migliore dei più famosi critici enologici, perché la sua
sensibilità olfattiva è di molto superiore a quella dell’uomo.
Molti sono stati i tentativi di formalizzare il giudizio di
piacevolezza di un vino attraverso la compilazione di una scheda. In
verità, come non esiste il degustatore infallibile, così non esiste
la scheda di degustazione perfetta: vi sono schede che funzionano
bene in alcuni casi, e non in altri. Ogni scheda richiede una
preparazione specifica del degustatore: per alcune schede questa è
molto limitata, per altre molto approfondita. Inoltre è fondamentale
definire gli scopi della degustazione, che possono essere diversi.
Ad esempio:
1 - un giudizio assoluto di piacevolezza (scopo edonistico); questo
vino è ottimo, medio, scadente in assoluto.
2 - un giudizio di piacevolezza relativo alla categoria del
prodotto: questo Riesling della Mosella, questo Barolo, questo vino
in tetrapak, è ottimo, medio, scadente, in rapporto ai vini della
sua categoria;
3 - un giudizio che consenta di descrivere il vino, e non solo, e
non tanto, di classificarlo su un piano edonistico. Questo metodo è
particolarmente usato nelle commissioni professionali, per studi di
merceologia e in genere nella ricerca scientifica.
La scheda ONAV
Una
delle schede più diffuse, particolarmente nei concorsi enologici, è
la scheda AEI (Associazione Enologi En- AEI (Associazione Enologi
Enotecnici Italiani) - ONAV (Organizzazione Nazionale Assaggiatori
Vino), E’ una scheda analitica, in cui il giudizio è scomposto in
tre gruppi principali di descrittori: aspetto, bouquet, sapore. Per
ciascuno dei tre sensi vi sono diverse “caselle” da compilare con
una crocetta. Completano la scheda tre righe in cui si esprimono
giudizi più sintetici e riassuntivi. Ne risulta un punteggio finale
in centesimi. Il punteggio in centesimi,
indipendentemente dal metodo di calcolo o di scheda utilizzati, è
molto diffuso nel mondo per giudicare i vini. La scheda AEI-ONAV non
è difficile da usare, una volta capito il meccanismo. Alcuni
termini che utilizza sono ormai entrati nel normale vocabolario del
degustatore, ma non tutti sono immediatamente comprensibili, quindi
sarà opportuna una breve spiegazione. Sulla parte visiva non c’è
molto da dire, ricordiamo solo che un vino, salvo casi molto
particolari, deve essere limpido, brillante; il viraggio del colore
verso toni giallo scuro e poi ambrato per i bianchi, e aranciato e
marrone per i rossi, è un difetto, a meno che si tratti di vini
molto vecchi o di vini speciali ottenuti con invecchiamento in
presenza di ossigeno (Porto, Madeira, Marsala, Jerez).

Il
settore dedicato all'olfatto è appena più complicato. L’intensità dei
profumi è intuitiva, la finezza lo è di meno, e provo a spiegarla
con un esempio: un famoso profumo per signora e un profumo da
barbiere di periferia degli anni ’60 possono essere ugualmente
intensi, ma differiscono per finezza. Per franchezza si intende
invece l’assenza di difetti. Nel linguaggio comune si usa di più,
con lo stesso significato, il termine pulizia. Un vino è franco, è
pulito, quando non lascia neppure il sospetto di qualche anomalia:
ad esempio odore di tappo, di ridotto (cioè di feccia, di uova
marce), di spunto acetico, di ossidazione (marsalato o acetaldeide).
Una traccia anche minima di questi o altri odori anomali porta ad
una penalizzazione del parametro franchezza.
Nella parte dedicata al gusto non ci sono osservazioni particolari, la scheda si basa sulla teoria classica della degustazione dove il concetto di armonia coincide con quello di equilibrio. In questa scheda, il giudizio dovrebbe essere relativo al vino che si sta degustando, quindi dovrebbe presupporre una conoscenza della “tipicità”. Un’acidità ben evidente, ad esempio, non è da considerare un difetto in un Riesling tedesco o in una Barbera giovane (quindi in questo caso il vino non va penalizzato), mentre lo sarebbe in un Merlot proveniente da un paese caldo. Inoltre, se anche l’acidità è evidente potrebbe essere compensata da altre sensazioni in grado di equilibrarla, come il gusto dolce che può venire da un residuo zuccherino (nel caso del Riesling) oppure da un alto grado alcolico (nel caso della Barbera), quindi il vino può essere equilibrato anche se non “morbido” in senso stretto.
Questa difficoltà si accentua nella penultima riga della scheda, che richiede espressamente un giudizio sulla tipicità. E’ intuibile che difficilmente un consumatore italiano, anche esperto, possa esprimere un giudizio di tipicità, ad esempio, su un vino spagnolo. L’idea della tipicità si acquisisce con l’assaggio di un numero molto elevato di campioni. Ammesso poi che quello di tipicità sia un concetto valido, perché su questo tema esiste, in realtà, un acceso dibattito. Si verifica talvolta la situazione paradossale che un vino piaccia più di un altro, ma venga considerato meno tipico e quindi penalizzato nella valutazione, ad esempio per l’ammissione alla DOC o in un concorso per categorie.
Altri metodi di valutazione prescindono totalmente da un preventivo inquadramento del vino in un gruppo, e sono finalizzati ad esprimere un giudizio assoluto di piacevolezza. Uno di questi è quello proposto da Luca Maroni, teorico del cosiddetto “vino-frutto”. Il metodo di Maroni ha il vantaggio di essere molto semplice e quindi richiedere un “training” minimo per l’assaggiatore. Si basa su tre soli parametri: l’integrità (intesa come “integrità del frutto”: in un certo senso questo concetto riassume quelli di finezza e franchezza della scheda ONAV AEI, ma in realtà è più esteso e assume un peso più rilevante nel giudizio finale), consistenza (che significa, ad un tempo, intensità, corpo, struttura: secondo Maroni è correlata al parametro chimico dell’estratto secco), ed equilibrio (il concetto di equilibrio olfattivo e soprattutto gustativo è facilmente intuibile e non differisce sostanzialmente da quello descritto nelle teorie classiche sulla degustazione). Ad ognuno dei tre parametri si può assegnare un punteggio massimo di 33, quindi il massimo punteggio per un vino è 99. Si tratta quindi, anche qui, di un punteggio in centesimi, attenuato dalla considerazione filosofica che nessun vino è perfetto, quindi il 100 non esiste. Il metodo, oltre ai vantaggi già esposti, ha, secondo molti, anche un limite: si presta bene alla valutazione di vini giovani e di vini dolci aromatici, ma mostra la corda nella valutazione dei vini invecchiati e molto complessi, perché questi vini non hanno più “integrità di frutto” e la loro qualità si basa su altre sensazioni.
Informazioni tratte da Slowfood.it